domenica 16 agosto 2015

Essere basici come un limone II, la vendetta

Non è bastato un solo articolo ad esaurire questo argomento e non sono sicura che questa seconda puntata riesca realmente nell'intento.

Lasciamo per un attimo in stand by il nostro limone come frutto e occupiamoci di uno dei suoi aspetti che tornerebbero più utili alla nostra salute: l'ormai famigerato equilibrio acido/basico.
Che cosa è e a cosa serve? E la domanda da un milione di dollari, possiamo influenzarlo in qualche modo mangiando o evitando determinati alimenti?
In tanti ormai dicono che i cibi cosiddetti alcalini siano una bufala.
Cercheremo di essere brevi e concisi per ragioni di spazio e soprattutto di pertinenza. In fondo, questo è uno spazio dedicato al limone, non ad una lezione di fisiologia :)

Innanzi tutto non c'è un solo Ph, ce ne sono diversi e rispondono tutti a sistemi diversi. Quindi, quando parliamo di acidificazione del “sistema” dovremmo specificare a cosa ci riferiamo. Tendenzialmente, ci si riferisce a quello del sangue.

Ora, il Ph del sangue deve avere necessariamente un valore tra 7.35 e 7.55.
Qualcuno dice tra 7.30 e 7.45, ma insomma, ci siamo capiti, il margine è strettissimo e NON PUO' assolutamente variare, né in senso alcalino né in senso acido. Non è che uno è buono e l'altro è cattivo. Il sangue deve semplicemente rispettare questo equilibrio, pena un collasso metabolico.
Se parliamo invece delle urine o del sudore, una variazione nel corso della giornata del Ph anche ad esempio da 7.5 a 6, può essere fisiologica in quanto stiamo comunque parlando di materiali di scarto, non più dentro il sistema ma in via di espulsione, quindi soggetti a naturale acidificazione e degradazione.
Consideriamo anche il Ph dello stomaco, acidissimo, con i suoi valori compresi tra 2 e 3.50, ma è normale, dato che  deve praticamente “fondere” tutto quello che ingurgitiamo con i suoi potenti succhi gastrici e trasformarlo in qualcosa di decente che, alla fine di un lungo processo che non stiamo qui a spiegare, possa essere assorbito dal sangue senza rischi attraverso l'intestino tenue.
Acido si ma non troppo, se i valori dello stomaco scendono sotto il 2 si corrode lo strato mucoso e il tessuto stesso, generando così una dolorosa e pericolosa ulcera gastrica.


Lasciamo perdere gli altri fluidi corporei e consideriamo solo quelli citati.

Da questa breve descrizione si evince come il Ph del sangue sia al di sopra delle immediate dinamiche alimentari.
Altrimenti basterebbero un po' di limone e bicarbonato per alterare quel prezioso equilibrio di cui sopra e trasformarci immediatamente in salme per eccesso di alcalinità, oppure un pomeriggio da McDonald per mandarci direttamente al Creatore per eccesso di acidosi.. cosa questa che nessuno si sente di escludere del tutto:)
Insomma, in effetti il sangue di un essere umano non può essere così sensibile ai cibi, dato che deve rispettare dei parametri abbastanza rigidi da lasciare ben poco spazio alle oscillazioni o, per dirla alla Corrado Guzzanti, “altrimenti lui muore”.

Quando si parla quindi di correggere, almeno parzialmente, il Ph del nostro “sistema” non stiamo certo parlando del sangue.
Quello si autoregola e noi non possiamo alterarlo... almeno nel breve periodo. Se ci impegniamo per una vita intera a mangiare schifezze e ad essere arrabbiati con il mondo, chissà, potremmo anche riuscirci.
E secondo il mio parere non da medico, ma da semplice essere umano, potrebbe essere proprio così. Non sono pochi quelli che affermano che potremmo vivere fino a 120 anni in perfetta salute, qualcuno sostiene anche oltre. Se fosse ancora vivo Matusalemme magari ce lo spiegherebbe lui il suo segreto.
Finalmente ho finito di fare l'avvocato del diavolo :)

Diciamo che c'è un Generale al comando (Ph del sangue) le cui direttive non possono essere discusse ma solo attuate. Un po' più in basso, altri sottoposti con cui invece si può dialogare più democraticamente. E come sappiamo la democrazia è parecchio double face: può essere sia un bene che un male.
Ottima se sappiamo esattamente quello che si può o non si può fare o discernere quello che è giusto da ciò che non lo è, in una parola: autoregolarci.
Non è il massimo se invece siamo completamente allo sbando, nel caso del nostro esempio, se mangiamo tutto il giorno prodotti dolciari industriali, patatine fritte e bibite gassate. Il tutto magari senza mai muoverci dal letto o dal divano. E per finire in bellezza aggiungiamo con un paio di pacchetti di sigarette e una bottiglia di vodka.
In questo caso ben venga un Generale che prenda decisioni indipendentemente dalle nostre scelte stolte, altrimenti questo tizio che ho appena descritto sarebbe morto entro un paio di giorni queste abitudini. Forse anche meno. E ne abbiamo già parlato abbondantemente.
Questo prezioso equilibrio ce lo abbiamo di default fin dalla nascita, quindi anche se esageriamo con i bicarbonati e con i McDonald, il nostro corpo ci bypassa e si autoregola per gli affari suoi.
Ma alla lunga anche i Generali più in gamba non riescono a tenere sotto controllo truppe così indisciplinate.
Infatti, intorno alla mezza età l'equilibrio così faticosamente mantenuto tende a spezzarsi.
Il sangue, per mantenersi entro i suoi rigidi parametri di sopravvivenza, si serve di potenti alleati (oltre a reni e polmoni) chiamati “tamponi basici”, cioè sostanze bicarbonate che aiutano a neutralizzare gli acidi presenti.
Verso la mezza età pare che questi tamponi perdano gradualmente e fisiologicamente di efficacia e allora le sostanze acide cominciano ad accumularsi nel nostro corpo sotto forma di colesterolo, acido grasso, calcoli renali e un'altra miliardata di malattie degenerative. Tra cui il cancro, che sappiamo vivere e formarsi in condizioni di acidosi. Ce ne è per tutti i gusti.
I tamponi basici non funzionano più come dovrebbero e il povero sangue è costretto ad allertare il sistema immunitario, il quale provvede immediatamente al prelievo forzoso (modello Equitalia) dei beni minerali immagazzinati nelle ossa. In questi casi di emergenza il sistema muscolo scheletrico è considerato dal fratello maggiore, il sistema immunitario, una specie di banca presso cui ha un credito con scoperto pressoché illimitato. Calcio, potassio e magnesio vengono tolti dalle ossa e riciclati nel sangue dove occorrono immediatamente per un bene superiore. Questo causerà nel tempo osteoporosi e altre cosette poco gradevoli (la miliardata di malattie di cui sopra) ma di fronte alla minaccia di morte sicura, si sa, alla fine si collabora tutti.
Non corriamo a bere tonnellate di latte perché, per quanto gustoso, pare non abbia del buon calcio biodisponibile per l'organismo, e come ben sappiamo tutti, può creare altri problemi. C'è più calcio assimilabile in una cipolla cruda che in 1 litro di latte.
I farmaci antiacido possono essere un temporaneo sollievo ma lasciano intatti i meccanismi di sovrapproduzione di acidi e non possono sostituirsi agli alcalinizzanti naturali. Che, guarda caso, vengono proprio dagli alimenti.



E questo è lo spazio, più ristretto di quanto si pensava all'inizio, in cui possono operare il limone e simili, ma che comunque non è poco. Le sostanze davvero importanti per il nostro sangue sono quindi i minerali indispensabili per mantenere il suo Ph. Altrimenti se li va a prendere da un'altra parte, come abbiamo visto. Frutta e verdura ne contengono abbondantemente e hanno anche il vantaggio di non produrre ceneri acide alla fine del processo digestivo, al contrario di carni, salumi e latticini. Il nostro limone è di per sé un remineralizzante eccezionale e ha anche il pregio, come abbiamo visto la settimana scorsa, di stappare gli ingorghi e liberare da accumuli di vario genere: grassi, tossine e via dicendo. Ovvero, come ora sappiamo, i famosi depositi di sostanze acide. Sempre la scorsa settimana avevamo parlato della trasformazione dell'acido citrico nello stomaco.

E cosa diventa? Carbonati e bicarbonati, ovvero i famosi minerali alcalini che servono tanto al nostro sangue. Voilà la sua incredibile utilità.
Le critiche maggiori mosse ai cosiddetti cibi alcalinizzanti sono che nello stomaco diventa tutto acido, anche gli alimenti basici. Hanno però dimenticato di dire che questi alimenti ex basici rilasciano quei minerali indispensabili a mantenere l'alcalinità.
Quindi non sono i cibi basici ma i minerali che contengono?
Alla fine è diventata una questione di semantica allora, perché la conclusione è che ciò che mangiamo conta eccome! 

Per finire aggiungo una riflessione personale.
Ciò che magari chiamano “fisiologica perdita dei tamponi basici del sangue”, non potrebbe essere il risultato di una vita di eccessi o carenze in tutti i campi? Alimentare, emotivo, sportivo e qualunque altra cosa influisca sul nostro equilibrio nel senso globale del termine. Materiale e non. E che magari se viviamo felici e sereni, quindi senza aver bisogno di eccessi alimentari o di super droghe per compensare carenze emotivo/affettive, questi tamponi basici non esaurirebbero le loro forze più o meno a metà della nostra potenziale vita.
Di contro, non me ne voglia nessuno, puoi mangiare crudista e vegano tutta la vita, fare la giusta quantità di sport e tutto ciò che prescrivono le attuali regole di salutismo, ma se tutto questo sfocia nella rigidità, nel dogma assoluto e quindi nell'infelicità o nella depressione, varranno le medesime regole che valgono per chi eccede nell'altro senso. Ma questa è solo una mia idea. Che la fisiologia vada a braccetto non solo con la scienza ma anche con la nostra individualità... che da sola potrebbe sovvertire ogni tipo di legge.
Di quantistica in fondo se ne parla già da un po'. Ma questa è un'altra storia.

Non ho mantenuto la promessa. Alla fine è diventato un articolo di fisiologia, ma è servito anche a me perché ho dovuto leggere talmente tante cose per chiarirmi le idee che spero sia stato di una qualche utilità anche a voi. Ho raggiunto il numero massimo di parole con cui ritengo si possa saturare un povero lettore, ma mi sembrava importante fare luce su questo.
Ringrazio la dott.ssa Donatella Aschettino, medico esperto in terapie naturali, il blog di Valdo Vaccaro, Frederic Patenaude di “crudo e salute”, e i miei immortali testi di fisiologia umana.

Purtroppo per voi non è finita. Come per il discorso dei “geli” non c'è due senza tre. Chi mi segue dall'inizio capirà e si rassegnerà all'inevitabile terzo capitolo ;)
Ma stavolta parleremo solo di limone, limonate, polpettine al limone e al massimo di olio essenziale sempre e solo di limone. In tutte le salse. Tanto abbiamo già chiarito i meccanismi fondamentali che sono alla base del suo funzionamento nel nostro corpo... più che abbondantemente, lo so!! E per di più il giorno dopo Ferragosto :)

Alla prossima volta per una ventata di leggerezza e buona settimana a tutti!




Photo credit: edenpictures / Foter / CC BY 

"Hazard C". Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons

Photo credit: NatalieMaynor / Foter / CC BY

"Acido citrico struttura" di Utente:Paginazero - mio disegno. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikipedia - https://it.wikipedia.org/wiki/File:Acido_citrico_struttura.svg

domenica 9 agosto 2015

Essere basici come un limone (parte I)

Secondo voi c'è qualcosa che non torna?
Io invece mi chiedo come mai per questo modo di dire abbiano scelto proprio l'unico agrume in grado di trasformare nel nostro corpo la sua acidità in alcalinità. Semmai potremmo dire “sei acido come un pompelmo”, o un arancio.

In effetti il limone, prima di arrivare nello stomaco, risulta il più acido in assoluto di tutti gli agrumi.
Per questo quando vediamo una persona che non ci piace per niente abbiamo in faccia la classica espressione di chi sembra “che abbia affondato i denti in un limone”.
E' da sempre sinonimo di acidità, sia di gusto che di carattere.


Diffuso da secoli in Palestina e nelle Indie, il limone fu conosciuto in Grecia e poi in Italia solo all'inizio dell'era cristiana. La particolarità di questo grazioso e spinoso alberello è quella di portare contemporaneamente fiori, frutti nascenti verdi e frutti maturi di un bel giallo abbagliante.

La capitale francese del limone è Mentone, perché una leggenda narra che Eva, cacciata dal Paradiso, rubò un limone e con Adamo cercarono un posto che ricordasse loro il Paradiso perduto, finché non videro la baia di Garavan (a Mentone, appunto). Eva posò il limone in terra e disse “Cresci e moltiplicati, o frutto del cielo, in questo giardino degno di te”.
Non so se è stata messa in giro dai francesi stessi, magari per accaparrarsi una fetta di Paradiso :)
Fossi stata Eva, avrei scelto qualcosa come Sorrento o giù di lì ;)

Un'antica leggenda araba narra invece che alcuni malviventi condannati a morire per mezzo di serpenti velenosi, sopravvissero grazie al fatto di aver mangiato molti limoni poco prima dell'esecuzione della pena.
Il Mattioli, nel 1500, lo raccomandava in sciroppo per spegnere i calori della peste e del colera.
Un'usanza funebre tedesca prevedeva di mettere nella mano del defunto un limone puntellato da chiodi di garofano in forma di croce. Pare che questa usanza risalisse ai tempi delle epidemie di peste, infatti il nostro limone era considerato un preventivo delle malattie contagiose.

Il prof. Giuseppe Antonelli pubblicò un interessantissimo libro nel 1941 Piante che ridanno la salute” dove ho trovato diverse informazioni preziose e curiose come, ad esempio, che si utilizzava per sterilizzare le acque potabili quando si temeva potessero contenere i bacilli del tifo: bastava spremerne il succo in poca acqua e aspettare 10/12 minuti e i bacilli morivano. Anche i vibrioni, causa del colera, risultavano morti in circa mezz'ora in una limonata al 6% di acido citrico e il 5% di zucchero.
Il professore riferisce addirittura di due medici che curavano la difterite infantile con succo di limone diluito in un decotto di mucillagini e di un altro medico, affetto da difterite egli stesso, che per 14 ore fece gargarismi con il solo succo di limone, di cui parte ne espelleva attraverso le narici e in parte ne faceva cadere lungo la gola. Era talmente migliorato da considerarsi guarito. Ripropose poi ai suoi pazienti questo metodo e ottenne sempre ottimi risultati.
Il prof. Antonelli ci tiene a precisare di aver riferito questi fatti perché nelle campagne lontane dai centri abitati dove la difterite imperversava senza pietà, era più facile trovare un limone che andare in cerca del siero di Behring (cura della farmacopea ufficiale per la difterite) nelle farmacie. Nei casi urgenti bisognava agire rapidamente e il limone si è dimostrato un ottimo alleato.
Infine egli raccomandava di non sostituire il limone con l'acido citrico della farmacia, perché l'azione di questo frutto non è dovuta al solo acido, ma al fitocomplesso nel suo insieme (e qui l'ho adorato!), quindi a tutti gli altri elementi organici presenti nel nostro utilissimo limone. Come a dire, la natura ha creato un insieme perfetto e se cominci a separare gli elementi non funziona più come prima.

Chiaramente, come avverte il frontespizio del libro, si tratta di nozioni risalenti agli anni '40, quindi da non intendersi come fonte di consigli medici per l'autoprescrizione, sempre meglio consultare un medico, eccetera.

Tornando al limone, ricordiamoci comunque che stiamo parlando di una sostanza inizialmente molto acida.
Infatti per utilizzarlo ad esempio nella bocca (insieme al bicarbonato aiuta a sbiancare i denti e a igienizzare il cavo orale) andrebbe sempre diluito in acqua, possibilmente tiepida, per evitare che l'aggressività iniziale dell'acido citrico a lungo andare corroda lo smalto dei denti.
Va assolutamente diluito in acqua tiepida anche e soprattutto per l'ingestione.
L'acido citrico presente nel limone una volta giunto a destinazione nello stomaco, si ossida e si trasforma in carbonati e bicarbonati di calcio, che aiuterebbero a mantenere l'alcalinità del sistema. Il condizionale per ora è d'obbligo perché c'è in atto una diatriba senza fine sulla quale torneremo la prossima volta. Una pesante divergenza di opinioni non solo tra medici e naturopati, ma anche tra medici e medici!


L''unica vera controindicazione del limone è l'incapacità dell'organismo di metabolizzare correttamente l'acido citrico e trasformarlo nei carbonati e bicarbonati di cui sopra. Questo può avvenire per una forte astenia cronica o per gravi compromissioni dell'apparato digerente di varia natura, come ad esempio una gastrite o un'ulcera peptica. Meglio evitare che dell'acido arrivi nello stomaco e ci resti non essendo in grado di trasformarsi, aggravando una situazione già complicata in partenza. Ma anche qui, i pareri divergono alla grande. Per sicurezza, meglio evitare.

Il limone in sostanza sembra essere una specie di sturalavandini, sblocca gli ingorghi, risolve situazioni di stasi e quindi sembra adatto a tutto ciò che è lento, pesante e obeso; una tipologia “ipo”, per intenderci. Di contro, le persone esili, nervose, super attive e che si affaticano facilmente (tipologia iper) farebbero meglio a scegliersi un altro agrume. O comunque a farne un uso limitato alla sola alimentazione e lasciar perdere le cure intensive.
In parole povere il limone alleggerisce la materia, conferisce un tocco etereo e se sei già fin troppo etereo chiaramente non fa per te.

In generale, anche per chi ne ha bisogno, è meglio evitarne l'abuso. L'abuso trasforma una qualsiasi sostanza curativa in dannosa.
Anche il Prof. Antonelli, di cui sopra, metteva in guardia già negli anni '40 dall'abuso di limone perché produce eccessivo dimagrimento e come l'aceto, distrugge i globuli rossi del sangue producendo anemia con tutte le sue conseguenze. Inoltre, parliamo sempre di abuso, arreca danni più o meno gravi anche ad uno stomaco sano.


All'inizio dei miei studi sulle piante e sulle medicine naturali in generale, c'erano dei paradossi che non riuscivo proprio ad accettare.
Ad esempio, perché si dice che il limone aiuta le digestioni difficili e poi si mettono tra le controindicazioni le compromissioni dell'apparato digerente? Una digestione difficile non è già di per sé una compromissione? Poi lentamente ho cominciato a intravedere una seconda via. Una situazione eccessivamente compromessa non trae alcun beneficio da un'azione, diciamo, troppo “diretta” sulla patologia in sé, meglio lavorare sul terreno intorno, cominciando a migliorare via via le funzionalità collaterali, rinforzando magari qualche organo “amico” di quello eccessivamente danneggiato.
E non ultimo, ovviamente, lavorare sulle emozioni negative che si trovano sempre a monte dello squilibrio.
Questa, naturalmente, è un'idea che mi sono fatta, ma largo al concorso di opinioni. Non c'è quasi nulla di sicuro al mondo. A parte la morte e le tasse, ovvio. 

Mi sembra di aver solo scalfito la superficie dell'argomento, la prossima volta andremo a fondo del meccanismo acido/basico, cercheremo di capire se e come l'alimentazione, in particolare il nostro limone, influisca davvero e ci concentreremo anche su qualche mediricetta succulenta a base dell'acidissimo agrume :)

E comunque sono tantissimi i medici che prescrivono diete per influire sul nostro sistema, più che altro alcalinizzanti dato che ritmi di vita e alimentazioni strane ci spingono inesorabilmente verso l'acidificazione. Anche le emozioni che proviamo, aggiungerei. Già i nostri grovigli individuali sono matasse da sbrogliare in una vita, se basta, in più la situazione socio economica del momento non aiuta certo ad aprirsi a gioia, fiducia, amore, leggerezza e a quant'altro serva a mantenerci sani. Sembra che ansia, paura e rabbia ci facciano compagnia molto più spesso di questi tempi. L'ansia di perdere il lavoro, la paura di non farcela per il futuro e la rabbia di essere costretti a vivere tutto questo sapendo che, oltretutto, in natura le risorse ci sarebbero per tutti. Però qualcuno ha deciso che non è così e che dobbiamo vivere nella paura.
I compromessi che siamo disposti ad accettare per non perdere il lavoro ormai non hanno più limiti. In questo caso il detto “essere spremuti come dei limoni” calza a pennello.
Lasciamo perdere. Altrimenti mi acidifico anche io.
Ci vorrebbe una bella camomilla ora :)


Un saluto e buona settimana, si spera finalmente fresca, a tutti!


Photo credit: Michael Stern / Foter / CC BY-SA 
Photo credit: the great 8 / Foter / CC BY 

domenica 2 agosto 2015

Le mele insane



No, non quelle. Anche se avvelenate un pochino lo sono.

Anni fa parlando di cucina con un'amica di Salerno è venuto fuori che lei era bravissima a cucinare le melenzane alla parmigiana.
Ah, le melanzane”, ho risposto. “Eh si, le melenzane...”, ha ribattuto lei.
In che senso mele? Non ci avevo mai pensato, ma in effetti il nome di questo ortaggio è davvero curioso.
Così ho deciso di dare un'occhiata più attenta alla melanzana che un tempo detestavo con tutta me stessa.
In effetti la famiglia cui appartiene la melanzana è nota per produrre piante e frutti potenzialmente velenosi. Le Solanacee sono conosciute per aver dato i natali a pomodori, peperoni e patate, ma forse è poco noto il fatto che alla stessa famiglia appartengano anche la Belladonna, lo Stramonio e la Mandragora. Piante decisamente tossiche e pericolose. Per non parlare della Nicotiana Tabacum, inutile specificare di cosa si tratta, anche lei una Solanacea doc. Le sigarette che ci fumiamo provengono da questa ambigua famiglia vegetale: In effetti, si sa anche questo, l'alcaloide nicotina è comunque un veleno. Ce ne occuperemo in seguito di queste herbette no :)
Un alcaloide, detto in parole poverissime, è una sostanza organica di origine vegetale dotata di grandi e vari effetti farmacologici anche con l'assunzione di quantità molto ridotte (ad esempio caffeina e morfina). Tra le varie sostanze che compongono un organismo vegetale, l'alcaloide è senza dubbio la più attiva esistente. E questo può essere un bene o un male. Dipende da cosa ne facciamo.
Spero di aver reso l'idea, la definizione esatta sarebbe quella chimico farmacologica ma rischio di far addormentare la maggior parte di voi. Me compresa :)

Quindi, ricapitolando, tutto ciò che appartiene alle Solanacee contiene alcaloidi di vario genere. Lasciando completamente da parte le piante più tossiche e potenzialmente mortali, anche le solanacee commestibili ne contengono uno chiamato solanina che se assunto in quantità ingenti può provocare disturbi di varia natura e persino la morte, in caso di intossicazioni gravi.
Ma dove la troviamo e soprattutto come la evitiamo questa benedetta solanina?
Semplice, è nelle parti verdi e nei frutti non ancora maturi.
Se vedete una patata con delle parti verdi eliminatele accuratamente. Un alone verde sotto la buccia indica che la patata non è matura e che in quel punto vi è un'alta concentrazione di solanina. Prendete un coltello e operate d'urgenza la patata prima di cuocerla :)
In caso fossero germogliate serve invece un intervento più profondo; infatti il germoglio indica che il processo per far crescere la nuova pianta è già stato avviato...e con esso la produzione della nostra solanina. Non è sufficiente staccare i germogli in superficie perché affondano le radici direttamente nel cuore del tubero, quindi bisognerebbe incidere e rimuovere almeno un paio di cm al di sotto. Insomma, se ha un paio di germogli qualcosa si può salvare, se ne è piena meglio buttarla (o piantarla).
Due parole volanti sulla solanacea più utilizzata al mondo: il pomodoro. Preferite sempre quelli rossi ben maturi. La regola generale è che dove c'è verde c'è solanina. Le foglie di pomodoro non venivano mangiate neanche in tempo di guerra perché si sapeva che facevano male.
Magari, prima che questa estate esagerata se ne vada al diavolo, torneremo a parlare del re delle tavole di agosto. Io ci nuoterei nei pomodori!

Solo un altro piccolo accorgimento. Per evitare reazioni di intolleranza alle Solanacee spesso basta rispettare la stagionalità di frutti e verdure, che consente di assumere i prodotti di questa famiglia solo in determinati periodi dell'anno e non sempre. Saggezza della terra. Meglio non contraddirla con prodotti di serra :)
E comunque è buona regola per tutto (ma soprattutto con le solanacee) sospendere per un mesetto dopo due o tre di assunzione regolare. Dà modo all'organismo di riprendersi e abbassa le possibilità di sviluppare reazioni avverse.

Ma torniamo alla nostra mela insana. Definizione da brivido ma all'epoca sembrava appropriata.
Originaria dell'India e diffusa nell'Italia meridionale intorno al 400, all'inizio non godeva di una grande popolarità. Infatti la si credeva tossica fino a produrre la pazzia. Da qui il nome “mela insana”, un frutto insalubre, una mela che rende insani o folli.
Intorno all'anno 1000 il medico arabo Ibn Butlan scrisse che la melanzana generava “melanconici umori” e spingeva alla lussuria più sfrenata. Comunque erano in tanti a credere che provocasse turbe psichiche.
Se non vi piace il nome “mela insana” non so come reagirete al fatto che prima di chiamarsi così, il suo simpatico appellativo era di “petonciana”, forse proprio in virtù del fatto che si credeva provocasse disturbi intestinali accompagnati da meteorismo :)
E visto che non c'è fine al peggio, si diffusero anche voci incontrollate che volevano la melanzana portatrice di cefalee, cancro e addirittura la peste! 

In realtà la nostra Solanum melongena, se ben matura, è innocua anche se consumata cruda.
Anzi, da cruda contiene anche vitamine del gruppo B, vitamina K e C che vengono però inattivate con la cottura. Mantiene comunque e in ogni caso potassio, calcio e magnesio. La melanzana è molto indicata per chi segue delle diete: le fibre di cui è ricca, infatti, aumentano il senso di sazietà impedendo di ingurgitare cibo a oltranza e producono un buon effetto lassativo. Cruda ha pochissime calorie che invece tendono ad aumentare con la cottura.
Il contenuto di potassio assicura anche una buona azione diuretica, infatti quando il potassio scarseggia nell'organismo è sicuro già in partenza che esiste un eccesso di sodio.
Le antocianine (pigmenti responsabili del colore viola) proteggono i vasi sanguigni e sono dei potenti antiossidanti, ovvero si oppongono alla formazione dei radicali liberi, le famigerate molecole che causano l'invecchiamento cellulare.
Una piccola curiosità: pare che le antocianine si formino esclusivamente nelle piante cosiddette “superiori”, ovvero con una struttura più evoluta e differenziata rispetto a quelle “semplici”. Sarà un caso che il colore viola delle antocianine sia lo stesso del centro energetico (o chakra) considerato più evoluto e collegato direttamente alla spiritualità? La solita coincidenza. Ne riparleremo in seguito.
Forse la nostra mela insana ha qualche proprietà nascosta che ancora deve essere scoperta...

In ultimo, ma non meno importante, la sua utilità in caso di diabete. Le fibre di cui è ricca intrappolano i glucidi (zuccheri) e ne impediscono in parte l'assorbimento a livello intestinale.
In realtà questo è il vero motivo per cui ho cominciato a guardare la melanzana con altri occhi.

La mia nonnina ha il diabete e ho sempre piacere di ideare qualche mediricetta particolare per lei.
Va bene rinunciare ai carboidrati, ma è una vera buongustaia da brava pugliese e allora bisogna ingegnarsi un po' di più :)

Questa che vi passo oggi le ha fatto uscire gli occhi dalle orbite!!


FINTA PIZZETTA DI FARINA DI CECI CON MELANZANE, PICCADILLY E RICOTTA SALATA

½ bicchiere di farina di ceci
½ bicchiere di acqua
sale
1 melanzana media
qualche pomodorino piccadilly
cipollotti freschi
ricotta salata
pepe
basilico

Mescolate l'acqua alla farina di ceci e salate. Dicono di far riposare almeno un paio d'ore ma io a volte, per scarso tempo a disposizione, sono passata alla cottura quasi subito e non ho notato grosse differenze. Se avete tempo comunque optate per il riposo.
Ungete bene una padella e procedete come se fosse una frittata.

A parte tagliare la melanzana a striscioline sottili e affettate un cipollotto fresco a velo. Fate stufare in pochissimo olio perché la melanzana è una specie di spugna con i grassi. Salate e pepate. Per evitare che si attacchino, vista la minuscola quantità di olio, bisogna rimestare continuamente fino a cottura completa. Prenderanno un sapore a metà tra il saltato e l'arrostito.
In un altro padellino fate saltare velocemente i piccadilly con un po' di cipollotto e poco olio. Appena prende l'aspetto di un sughetto, aggiungere un paio di foglie di basilico, salare e spegnere il fuoco.

Ora disponete su un piatto la frittata di ceci, aggiungete la salsina di piccadilly, farcite con le melanzane saltate e coprite il tutto con una generosa spolverata di ricotta salata (io ne metto tanta, voi potete dosarla a piacimento). Avrà davvero l'aspetto di una buona pizza :)

Una variante golosa che la nonna ha mostrato di gradire parecchio è di prendere il composto di melanzane e cipollotti e mischiarci un vasetto di yogurt intero (ovviamente non zuccherato!). Perfetto da spalmare sui crostini oppure, per chi vuole, come salsa per un hamburger.

O ancora cruda, tagliata sottile come un carpaccio e condita con olio, sale, pepe e menta piperita.

Ecco, ora ne abbiamo fatto delle mele sane!


Un saluto e buona settimana a tutti





Photo credit: Berries.com / Foter / CC BY 

domenica 26 luglio 2015

Il nome della rosa

Paura, eh?
Tranquilli, le pagine di questo post non contengono veleno virtuale e non ci sono frati investigatori o monaci pazzi, fanatici e assassini. Spero che il buon professore non me ne voglia per aver profanato il suo capolavoro :)

Come avrete intuito oggi parliamo della rosa e del suo nome, che evoca giardini lontani e notti odorose.


Alfredo Cattabiani, dedicò alla rosa il primo capitolo del suo libro “Florario”, summa di tutto lo scibile su mitologia e simbologia del regno vegetale, e lo chiamò semplicemente “una rosa è una rosa”. Nel senso che non esiste altro fiore che evoca un'immagine così nitida e immediata come la rosa. E' il fiore dei fiori, la regina incontrastata di tutto ciò che è fatto di petali e profumo.

La natura della rosa è donna; il suo profumo evoca parti oscure dell'animo femminile, illumina gli anfratti del nostro cuore e può trovare luce e zone traboccanti d'amore o lati di noi sconosciuti, completamente bui e aridi. Per questo, paradossalmente, molte donne odiano il profumo mistico e sensuale sprigionato dalla rosa. Perché spesso obbliga a guardarsi dentro. Si dice che sia amato dalle donne con una vita emotiva molto forte e odiato da chi invece ama esercitare il controllo sugli aspetti emozionali della vita.

“Maria rosa, Eva spina”, si diceva riassumendo la contrapposizione biblica tra la prima donna e la madre di Gesù.
Come dalle pungenti spine nasce la morbida rosa, così dalla stirpe di Eva uscì Maria e la nuova vergine riparò l'errore della prima. Dalla Giudea spuntò Maria come dalle spine la rosa” (Sedulio, V sec.).
E' in onore della Rosa Maria che si recita il rosario, cominciato a diffondersi dal XII secolo.

Nella sua Domus Aurea Nerone aveva fatto realizzare un soffitto rotante che rappresentava lo zodiaco e da cui cadeva sui commensali una pioggia di petali di rose, pagati a peso d'oro dall'imperatore. In epoca imperiale le rose erano abbondantemente coltivate, anche in inverno dentro speciali serre, perché erano il principale ornamento di feste e cerimonie varie.
Il grande medico Avicenna fu il primo a produrre un'essenza profumata distillando petali di rose, ma del resto gli arabi hanno sempre fatto di questo fiore un vero e proprio culto: ancora oggi considerano una grande raffinatezza offrire bevande su cui galleggiano petali di rosa.


La rosa è tra le prime piante indicate come obbligatorie nel famoso Editto di Carlo Magno per le sue proprietà medicinali; secondo Plinio erano più di trenta le malattie curabili con la rosa, tra cui alcune gravissime come vaiolo e tubercolosi. In realtà sia i fiori ma soprattutto i frutti delle rose, chiamati cinorroidi, sono ricchi di vitamina C e altre preziose sostanze.

Esistono migliaia di varietà di rose, tuttavia per uso alimentare sono da preferirsi quelle selvatiche, in particolare la rosa canina, così chiamata perché sembra che in passato le sue radici venissero usate per curare la rabbia.
Non c'è spazio per decantare il suo miliardo di usi esterni: ci limiteremo solo a dire che i tipi di pelle su cui la rosa ha il suo migliore effetto sono quelle secche, sciupate, rugose o affette da couperose.

Secondo il farmacologo del XVII secolo Culpeper “i petali di rosa essiccati e ridotti in polvere alleviano i flussi mestruali abbondanti e altri tipi di sanguinamenti. Piccole quantità di vino in cui sono stati macerati dei petali di rosa alleviano mal di testa, mal di denti, i disturbi agli occhi, alle orecchie, alla gola e alle gengive. Sono efficaci anche per curare il dolore addominale e l'utero”.
Le sue proprietà terapeutiche sono note anche in Asia; in uno dei più antichi testi di Medicina Cinese si legge che le rose sono attive nelle costipazioni e negli edemi. Negli ultimi anni, gli studi hanno dimostrato che oltre l'utilissima e fondamentale vitamina C, la rosa contiene anche le vitamine A e P e ha le proprietà di alleviare la stanchezza causata dallo stress, il torcicollo, l'insonnia, il mal di stomaco e il nervosismo. E oltre a tutti gli effetti curativi, un bouquet di rose aiuta a dare sollievo in una giornata frenetica e a rendere più luminosa la vita. Addirittura un poeta lirico greco decantò la capacità del balsamo di rosa di “calmare il cuore che batte pieno di angoscia”.

Le moderne ricerche non hanno aggiunto molto agli studi di Culpeper: degli studi condotti negli Stati Uniti dimostrano che l'olio di rosa può stimolare la produzione di bile e quindi essere utile in alcune patologie epatiche.
Da notare che l'olio essenziale di rosa non è affatto rosa ma verde, il colore che la medicina cinese ascrive all'elemento legno e quindi (sorpresa!) al fegato. 
La solita coincidenza? Forse che si, forse che no :)


Nel mare di informazioni che circonda questo fiore, vorrei spendere due parole appunto sull'olio essenziale che si estrae dai suoi petali.
Cominciamo subito con il chiarire che l'olio di rosa, se estratto correttamente e non adulterato, è una delle essenze più pregiate e costose al mondo. Proprio per questo in commercio si trovano oli essenziali di diversi gradi di bontà, ma mai (o quasi) puri. E comunque ve ne accorgereste dal prezzo. Quando e se vi capiterà di vedere una microscopica bottiglietta da 3 ml al prezzo di una macchina usata, state sicuri che avete davanti dell'estratto puro di rosa. Occorrono circa trenta rose per ottenere una sola goccia di olio essenziale. E ci vuole molto poco per guastare quell'aroma sottile e un po' evanescente che ne è tipico, per cui le procedure per produrre un olio di qualità sono abbastanza complesse e la riuscita non è sempre garantita.

La vera e famosa acqua di rose, usata da sempre contro le infiammazioni e per mantenere una pelle morbida e idratata, è ciò che rimane del processo di distillazione dell'olio essenziale: un'acqua aromatica pregna di minuscole particelle odorose non evaporate. Chiaramente si tratta di un prodotto difficile da trovare e anche piuttosto costoso.
Un approccio abbordabile è trovare un buon olio essenziale che sia stato solo allungato con altri oli vegetali. Sarà diluito ma almeno non dannoso. Con una spesa di 12-13 euro ci si porta a casa primavera e buonumore. Altri invece chiamano “essenza di rosa” dei preparati che già in partenza non hanno nulla a che vedere con il nostro fiore: insomma, i soliti chimiconi. In laboratorio si può riprodurre la quasi totalità di sapori e profumi. La differenza è abbastanza evidente, uno fa venire mal di testa e l'altro no. A voi il compito di scoprire quale. In generale, diffidate di un olio essenziale di rosa che costa 3 euro.

Una volta si diceva che il mese delle rose fosse maggio. Non so voi, ma siamo in pieno luglio e il mio giardino rigurgita rose come se non ci fosse un domani. Tutte le varietà sono in fiore, comprese delle talee di un mesetto fa che avevamo piantato solo per non buttarle via. Meglio, così passiamo direttamente alle mediricette :)

L'acqua di rose era molto usata anche in cucina per conferire un tocco gradevole e raffinato alle pietanze, anche se oggi è stata piuttosto messa da parte e spesso si utilizzano i petali o addirittura i boccioli interi.
Le sfizioserie che seguono le ho trovate in questo libretto, piccolo ma ben fornito.


Con mezzo chilo di petali 1,2 kg di zucchero e il succo di tre limoni, si prepara un'ottima marmellata.
Se non si hanno a disposizione grosse quantità, con 50 gr di petali appena coperti di acqua bollente, fatti macerare per un giorno intero e strizzati bene si ottiene un liquido aromatico che potremmo miscelare al miele e avere così un miele aromatico da usare per infusi e dolci.

Una signora polacca mi ha suggerito questa deliziosa variante: versare del succo di limone sui petali e lasciar macerare anche questi 24 ore; il limone estrae colore e aroma dalle rose. Si conserva in bottiglie e si diluisce con acqua fresca e zucchero per delle golose e dissetanti bibite estive.

Questa è deliziosa:
Cup alle rose
Tenete in infusione in un recipiente in frigorifero (per circa un ora) i petali di 5 o 6 rose molto profumate in una bottiglia di vino bianco secco con il succo di mezzo limone e 150 gr di zucchero. Filtrare, unire una bottiglia di spumante e decorare con altri petali.

Infine una ricetta veramente curiosa:
Merluzzo alle rose
Mettete a marinare in frigo per almeno tre ore il filetto di merluzzo con un filo d'olio di oliva, sale, pepe e i petali lavati e asciugati di due rose. Poi prendere il pesce con tutta la sua marinata, trasferirlo in un cartoccio d'alluminio e passarlo in forno già caldo per 20 minuti a 180 gradi. Adagiare altri petali sul piatto di portata e sistemare sopra i filetti già cotti e coperti del loro sugo.



Non avete voglia di andare in giardino per farvi una bella mangiata?

Un saluto e buona settimana a tutti :)

domenica 19 luglio 2015

Tè bianco, rosso e verdone

Non saranno simpatici come Carlo ma decisamente buonissimi. E tanti. Ce ne sono un'infinità. Il tè può essere di tutti i colori ma, sorpresa, la pianta è una sola. Per ovvi motivi di tempi e spazi, prenderemo in considerazione solo poche varianti.

In effetti sul tè ci sono tantissimi malintesi. Più di una volta ho sentito parlare di tè di camomilla, di tè di mirtillo e addirittura di tè per andare in bagno. Sarebbe bellissimo se una sola pianta potesse assolvere contemporaneamente tutte le funzioni richieste, compresa quella di regolarizzare l'intestino, ma in realtà molti confondono la parola infuso con la pianta del tè vera e propria. Un infuso può essere di camomilla, di mirtillo e di qualunque altra erba lasciata “infondere” in acqua calda. Il tè è solo la pianta del tè.
Anche quello che viene chiamato "tè rosso" viene da un'altra pianta, una leguminosa sudafricana chiamata rooibos che produce una bevanda dissetante e senza caffeina. Personalmente non lo amo molto, ma so che piace.

Tutte le varietà conosciute di vero tè provengono esclusivamente dalla Camellia Sinensis, poi una serie di fattori come la zona di produzione, il clima e altro, ne determinano le varie tipologie. In realtà la differenza più grande è data dai metodi di lavorazione che le foglie subiscono dopo la raccolta. Il processo alla base di tutto si chiama ossidazione o fermentazione. 


Quello che conosciamo come tè nero, è il té più fermentato di tutti.
Le delicate foglioline e i teneri germogli della pianta vengono lasciati ad appassire in modo da far perdere l'acqua in esse contenuta, renderle morbide e poterle in seguito rullare, processo che ha lo scopo di rompere le membrane cellulari e far affiorare i succhi in superficie. Passano poi alla fase di ossidazione dove le foglie vengono distese e lasciate per diverse ore in ambienti con forte umidità e temperature attorno ai 30°. Il processo viene interrotto con potenti getti di aria calda, e le foglioline fermentate vengono preparate per l'essiccazione definitiva. Le varietà più famose sono il Darjeeling e il Ceylon. Il famoso Earl Grey non è altro che una varietà di tè nero aromatizzata al bergamotto.

Il tè bianco è un tè molto pregiato che prende il nome dalla peluria bianca presente sulle gemme. La produzione è molto ridotta perché il raccolto ha una durata di soli 5-6 giorni e consiste nella selezione manuale della prima gemma di ogni ramo. I te' bianchi in tazza presentano una infusione molto chiara dal gusto delicato e dolce, a volte mielato. In alcune varietà la delicatezza e' tale che un palato poco abituato potrebbe non percepirne il gusto. Assolutamente imperdibile per gli appassionati.

Naturalmente il migliore lo abbiamo tenuto per ultimo.
Il tè verde, giustamente e finalmente salito alla ribalta negli ultimi anni, è la forma di tè più integrale, ovvero quella che mantiene inalterate tutte le eccezionali caratteristiche di questa pianta meravigliosa. Il motivo è che non viene sottoposto a nessuna fermentazione, ma passato direttamente all'essiccazione, per cui mantiene il suo colore naturale e soprattutto le sue proprietà.
Non proviamo neanche a parlare delle sue innumerevoli varietà, una più buona dell'altra.

Purtroppo il processo di fermentazione, per quanto produca delle bevande corpose e gradevoli, distrugge in gran parte gli elementi attivi e quindi i benefici che può dare la pianta. Che nel caso del tè non sono pochi.
Ci sarebbero anche i tè oolong che, con la loro ossidazione solo parziale, rappresentano una via di mezzo tra le proprietà e la freschezza dei tè verdi e il gusto più delicato e meno aspro di quelli neri. Una tipologia da circa 15 euro l'etto è il milk oolong, ottenuto con un processo artigianale che comprende la vaporizzazione di latte sulle foglie che conferisce al tè un sapore unico e particolarmente dolce. 


Cominciamo con il dire che le foglioline di questa pianta sono usate con successo da almeno 4000 anni. I più accaniti e tradizionali consumatori sono cinesi e giapponesi, ma noi europei ci stiamo facendo largo, soprattutto con l'usanza di aromatizzare il tè con fiori e frutti vari. L'Inghilterra è un Paese che ne ha fatto la sua bevanda nazionale, praticamente a pari merito con la birra. La scienza ha ormai confermato ciò che monaci e imperatori sapevano da sempre.
“Il tè”-si diceva- “è una medicina miracolosa per prolungare la vita”.
In Giappone le donne che insegnano la cerimonia del tè (e che quindi ne assumono in quantità più elevate rispetto alla norma) sono famose per la loro longevità.
Infatti le sue straordinarie proprietà anti invecchiamento oggi sono note a tutti e tantissime le ricerche che evidenziano un'importante attività che contrasterebbe l'insorgere dei tumori.

Il potente effetto antiossidante del tè inibisce l'ossidazione del colesterolo nelle arterie, aumenta la capacità di bruciare i grassi e aiuta l'eliminazione dei liquidi in eccesso.

Pare sia un potente disinfettante intestinale, che assunto con i cibi riduca i rischi di avvelenamento e che possa eliminare i batteri del cavo orale responsabile di carie e alito cattivo. E molto altro ancora. Citare anche solo nominalmente le innumerevoli ricerche e sperimentazioni condotte sul tè verde richiederebbe molto più di un articolo.

Per dovere di cronaca, riporterò anche l'unica ricerca che ha tentato di mettere in relazione il consumo di tè verde con l'aumento dei casi di cancro all'esofago. Da quello che è venuto fuori, il problema sarebbe l'alta temperatura della bevanda. In poche parole, il tè risulterebbe essere una minaccia solo se consumato bollente.
Del resto, la medicina cinese mette in guardia dal mandare giù cibi fumanti, che siano tè, caffè o minestre. E se andiamo a guardare bene, anche la cerimonia del tè, con i suoi lunghi e armonici tempi, fa in modo che sia bevuto a una temperatura accettabile.

I puristi lo degustano dopo soli due minuti di infusione altrimenti pare diventi amaro, mentre altri esperti consigliano un riposo di almeno dieci minuti per attivare le sostanze antiossidanti. In ogni caso, provate e sperimentate per stabilire il vostro gusto. Personalmente, in inverno non supero i 5 minuti di infusione mentre in estate ci vado giù pesante sia di condimenti che di tempo per renderlo corposo e più consono possibile alle esigenze dell'organismo con 40° all'ombra. Si suda e si perdono sali minerali preziosi che andrebbero reintegrati.
E infatti oggi miriamo proprio a questo.


Potrei suggerirvi delle ricettine meravigliose che ho sperimentato negli anni, a partire dai cioccolatini ripieni di mousse al tè bianco fino al burro di tè verde per tartine, ma... non vi viene la rosolia solo a pensarci?? Queste chicche grasse, burrose e squisite ce le teniamo per l'inverno, quando il nostro organismo implorerà qualcosa di più sostanzioso. Dedicheremo al tè un post natalizio :)

Oggi andiamo invece su qualcosa di solo apparentemente semplice. L'umile tè freddo. Ma preparato in casa con ingredienti più che DOC. Un bicchiere di questa meraviglia vi rimette al mondo e contemporaneamente vi farà l'effetto di un cocktail rinvigorente.

Queste sono dosi da cammello, ma bastano a malapena per pochi giorni!
Il mio pentolone più grande arriva a

7 litri e mezzo di acqua
14 bustine da circa 1,75 gr l'una di tè verde o nero bio
3 limoni non trattati
3 etti di zucchero il più integrale possibile.

Prima di accendere il fuoco sotto il pentolone tolgo la buccia ai limoni e la aggiungo all'acqua. Una volta raggiunto il quasi bollore spengo e vi aggiungo le bustine; senza coprire, le lascio almeno 10 minuti, poi le tolgo dopo averle strizzate bene e aggiungo lo zucchero e il succo dei limoni. Far freddare bene, imbottigliare (filtrare, se preferite) e mettere in fresco.
Per questa mole di liquido le bustine sono il metodo più pratico, ma se avete voglia di perderci un po' più di tempo, il tè sfuso regala più soddisfazione al palato.

Due parole sullo zucchero: non utilizzate il falso zucchero di canna, per intenderci come le bustine del bar che non è altro che zucchero bianco con un po' di fondotinta. Cercate un buon negozio di alimenti biologici oppure all'interno dei supermercati più forniti troverete una sezione del commercio equo e solidale. Tra i migliori Panela e Mascobado. Certo, costano un occhio (parliamo dei 70 cent per 1 kg di zucchero bianco contro i 4 euro e più per solo mezzo kg dell'altro), ma ne vale la pena sotto tutti i punti di vista.
La tipologia di zucchero cui mi riferisco è di un marrone irregolare abbastanza scuro, ha una consistenza un po' umida e profuma vagamente di liquirizia. Ed è praticamente linfa pura di canna da zucchero tritata senza perdere nulla delle sue proprietà (che vedremo nel dettaglio alla prossima occasione) e che ha un potere dolcificante infinitamente maggiore dello zuccheraccio che siamo abituati a consumare.
E' il vero segreto del mio tè (insieme alle fondamentali scorze di limone) che, vi assicuro, una volta provato non mollerete più.
Potete anche trasformarlo in golosi ghiaccioli con gli appositi stampi. Nutrienti e dissetanti.

Oppure potete gelificarlo come il gelsomino o farne degli squisiti sorbetti.

Al solito, ci sarebbe da dire tanto altro su questa pianta meravigliosa e lo faremo in seguito. Tanti personaggi, famosi e non, ne hanno apprezzato e decantato le virtù.

Un celebre scrittore e pensatore giapponese scrisse nel 1906 che “Il tè non ha l’arroganza del vino, né la supponenza del caffè e neppure la leziosa innocenza del cacao”.

Rende l'idea, vero? 

Buona settimana a tutti!

Photo credit: bastus917 / Foter / CC BY-SA 
Photo credit: A Girl With Tea / Foter / CC BY
Photo credit: katerha / Foter / CC BY

domenica 12 luglio 2015

La papagna la va in campagna


uno stralcio di medicina popolare del secolo scorso

Agli inizi del 900 era di gran moda fra i contadini e in generale in bassa Italia coltivare, vendere o acquistare questa papagna. Mia nonna racconta che suo padre non ha mai voluto darla a lei e ai suoi fratelli, si limitava a coltivarla per la vendita. Ma per i contadini con una dozzina di figli urlanti al seguito probabilmente era l'unica speranza di avere un po' di pace alla fine di una lunga e faticosa giornata di lavoro. E spesso anche durante. Non erano pochi i genitori che rifornivano di papagna i figlioli anche e soprattutto di giorno, per poter lavorare.

Uno dei bimbi piangeva per il mal di denti? Gli davano questa papagna e via a letto. Sparito il mal di denti e sparito il bimbo (o meglio, il suo pianto) per tutta la notte. Un altro piangeva solo per un capriccio? Papagna anche per lui, capricci sedati e bambino pure. Meraviglioso. Conosco diversi genitori che sarebbero interessati. Ma questa tradizione della papagna è ormai caduta in disuso già a partire dagli anni '50, forse anche alla luce delle nuove informazioni che continuavano a venire fuori sulla pianta.
Un carabiniere in pensione racconta di un bambino che piangeva disperatamente giorno e notte. All'epoca i genitori pensavano che fossero solo capricci, solo molto tempo dopo si resero conto che il piccolo era sordomuto. Naturalmente all'epoca non esisteva una casistica medica così ben fornita cui fare riferimento, per cui prima che la diagnosi venisse azzeccata questa povera creatura ha ingurgitato litri e litri di papagna.

Che cosa è questa benedetta papagna? Benedetta per modo di dire. Anche Alfredo Cattabiani la cataloga come pianta “equivoca”, amica dell'oblio e del torpore.
Quando mia nonna raccontava questi aneddoti, non sapevo cosa fosse. O meglio. Conoscevo la sostanza di cui si parla, ma con un altro nome: oppio.



E' tutto vero! Facevano gli infusi per i bambini con le gigantesche teste del papavero da oppio.
“E dovevi vedere come si addormentavano subito!”, ridono gli ultranovantenni che ancora ricordano.
Non si beveva a tazze o tazzine come qualunque altro infuso (a meno che non si desiderasse incontrare il Creatore dopo il primo sorso) ma a gocce. La forma più curiosa di assunzione è il “pupillo”, termine dialettale rinvenuto nella provincia di Taranto: una specie di ciuccio rudimentale fatto in casa avvolgendo una pallina di zucchero bagnata con poche gocce di infuso in una pezzuola di tela. Oppure si dava da succhiare un pezzo di lino bianco imbevuto di latte, miele e papagna. Pare che il sapore fosse davvero orrendo e che andasse mascherato da una qualche sostanza zuccherina.
Esistono testimonianze di bambini caduti addormentati per due o tre giorni per qualche goccia di infuso in più, lasciando così maggior tempo ai genitori, altri invece sono stati più generosi: sono morti direttamente. Le dosi esatte non erano mai pesate, si faceva a occhio. Qualche volta, appunto, non andava troppo bene.


Conosciuto ed utilizzato dal 5000 a.C. il Papaver Somniferum era conosciuto come il fiore “che dona la gioia e l'ebbrezza”,come risulta da tavolette di argilla in scrittura cuneiforme rinvenute tra il Tigri e l'Eufrate. 
Ippocrate lo prescriveva abbondantemente e per malattie diverse. Ma già dal secolo a lui successivo si cominciò a mettere in guardia sul suo abuso visto che i medici spesso ne somministravano per clistere tanto da procurare la morte di alcuni pazienti. Paracelso stesso morì intossicato dall'oppio. Nella medicina araba fu introdotto da Ibn Sina, meglio conosciuto come Avicenna e anche lui, si dice, stessa fine di Paracelso: avvelenamento da oppio.
Toglie il dolore ma in cambio chiede tantissimo.

Il preparato più famoso a base di questa sostanza double face è sicuramente il laudano (messo a punto da Paracelso), praticamente una tintura di oppio, miscelata ad altre spezie come zafferano, cannella e chiodi di garofano che pare ne mascherassero il cattivo sapore.
Fu utilizzato per secoli come analgesico, sedativo della tosse e contro la diarrea.

L'oppio non è altro che il lattice che sgorga incidendo le capsule immature di questo fiore, il Papaver Somniferum.
Per carità non fateci il gelato o una bibita!

Contiene numerosi principi attivi e molti alcaloidi preziosi utilizzati in medicina come morfina, codeina e narcotina, tra i più conosciuti. Dico preziosi perché tantissime persone soffrono di dolori atroci, spesso perenni e incurabili, tanto da dover ricorrere agli antidolorifici tutti i giorni. Ora, gli antidolorifici (FANS) più potenti, presi quotidianamente e per lunghi periodi, possono causare danni agli organi interni, specialmente alle persone anziane con malattie e dolori cronici.
In questo caso gli oppiacei sono buoni alleati perché risultano sorprendentemente non tossici per l'organismo.
Ma presentano altri inconvenienti.
La qualità della vita spesso ne risente. Non siamo più lucidi, svegli e presenti ma viviamo in uno stato di perenne trance.  
Bastano poche settimane di assunzioni massicce a sviluppare una forte dipendenza sia fisica che psichica.
Il bisogno aumenta a dismisura, le dosi vanno rapidamente in crescendo e le crisi di astinenza in mancanza di somministrazione sono sgradevoli e dolorose spesso quanto il dolore che aiutano a combattere. Ma pare non mettano a rischio la vita.

Invece, proprio per la facile assuefazione dell'organismo e il conseguente aumento del dosaggio, il rischio di intossicazione è sempre dietro l'angolo.
E quello si che mette a rischio la vita.
Questo pare valga quasi esclusivamente per chi decide di sollazzarsi con questa potente sostanza senza averne realmente bisogno.

Degli studi condotti dall'Università di Bologna dimostrano infatti grandi differenze tra chi assume oppiacei per divertimento e chi invece a scopo terapeutico. Pare che negli anziani il rischio di dipendenza sia pressoché nullo, o almeno molto limitato.
Ad esempio i pazienti con intenso dolore avvertono raramente l'euforia causata dalla morfina ma possono mostrare sonnolenza e rilassamento, sicuramente in seguito alla riduzione del dolore.
Insomma, come per quasi tutto, la risposta dell'organismo agli oppiacei è squisitamente personale.

Come avrete intuito, non ho mediricette da consigliarvi, semmai dovrà farlo il medico, e speriamo di no perché non sarebbe un buon segno.
Spero anche di avervi dissuaso abbastanza a non prenderlo in considerazione per il cosiddetto “uso ricreativo”. Non crea nulla, semmai distrugge.
Lasciamolo a chi non può proprio farne a meno: in quel caso è veramente prezioso.

Per concludere con una nota di colore, il nome dialettale “papagna” ha assunto il significato di cazzotto, di qualcosa che comunque mette k.o. 
Ad esempio nell'hinterland romano è nota l'espressione elegante e sofisticata “mò t'arriva 'na papagna”.

Non si scherza con il Papaver Somniferum. Spesso sento dire “tanto sono solo erbe”. Anche la cicuta è solo una pianta. Socrate ne sa qualcosa.

Spero di avervi tenuto buona compagnia.
Oggi un po' più tecnica e meno culinaria. Ma per una buona medicucina le herbette sono indispensabili. E occorre anche conoscere quelle da lasciare esclusivamente in mani esperte.

Un saluto e buona settimana a tutti!



Photo credit: Alastair Rae / Foter / CC BY-SA
Photo credit: jacilluch / Foter / CC BY-SA